LA SINDROME DEL COMPARTIMENTO ANTERIORE DELLA GAMBA NELL’ATLETA

Un eccessivo movimento con il piede in forte supinazione ed intrarotazione, azione prodotta da un’intensa contrazione dei muscoli tibiale anteriore, estensore proprio dell’alluce ed estensore comune delle dita, specialmente se effettuato in allenamenti lunghi e intensi, aumenta notevolmente l’impegno muscolare, che è all’origine di una infiammazione dei muscoli sopra indicati con conseguenti iperemia ed edema del comparto anteriore della gamba, determinando un aumento di pressione che si contrappone al compartimento fasciale anelastico. L’aumento pressorio intracompartimentale al di sopra di un certo valore riduce il flusso sanguigno intramuscolare determinando dolore ischemico, l’atleta lamenta una sensazione di gonfiore che lo obbliga a fermarsi. Nella sindrome compartimentale le pulsazioni arteriose sono di solito conservate, ed i vasi che collassano sono probabilmente le arteriose intramuscolari più piccole ed i capillari. Anche i nervi che passano attraverso il compartimento anteriore possono soffrire in seguito all’ischemia, causando intorpidimento del piede.
A riposo non si osservano segni fisici, a parte un certo rigonfiamento muscolare. La diagnosi differenziale comprende le fratture da stress della tibia, la tenosinovite del tibiale anteriore, la sofferenza medio-tibiale (“shin splints”) e gli ematomi intramuscolari.

COME SI PUO’ CURARE

La maggior parte dei casi risponde bene ad un trattamento conservativo che consiste nel “riposo attivo” per almeno due settimane, e in un trattamento con impacchi di ghiaccio in numero e tempo adeguato in base alla gravità del sintomo. In questi ultimi anni è stato messo a punto uno strumento elettromedicale, la Tecarterapia, che sta dando ottimi risultati. Chiaramente la ripresa dell’attività agonistica deve essere permessa dopo aver analizzato le cause che hanno fatto scatenare la sintomatologia, attuando i “correttivi” adeguati e rispettando la gradualità dell’allenamento. Anche gli ultrasuoni sono utili nel ridurre l’infiammazione, mentre per ridurre il dolore possono essere somministrati FANS per via orale. Può essere utile usare un bendaggio funzionale dell’articolazione tibia-torsica che limiti la libertà di azione dei muscoli supinatori alla ripresa dell’attività sportiva: riveste grande importanza effettuare in modo preciso gli esercizi di stretching. Mettere uno “spessore” di pochi millimetri fra la piastra e la scarpa posteriormente può attenuare il sintomo, però in seguito deve essere rimosso in modo graduale, poichè dal punto di vista biomeccanico fa variare gli angoli di spinta. Questo accorgimento apre l’angolo funzionale tibio-tarsico e mette “a riposo” il comparto anteriore della gamba.
Il “massaggio trasverso profondo” (MTF) della loggia del comparto anteriore della gamba può essere efficace, da effettuare in forma “energica” se l’atleta non è impegnato a breve termine in competizioni importanti.
Per i casi che non rispondono alla terapia conservativa l’unica via di soluzione è un intervento di fasciotomia.

COME SI DEVE PREVENIRE

Ogni attività sportiva, coinvolgendo l’apparato locomotore più o meno intensamente, porta ad un accorciamento delle fibre muscolari e quindi delle strutture che la compongono (miofibrille). Per contrapporsi a questo inevitabile processo l’unica tecnica che abbiamo a disposizione è lo stretching adeguatamente realizzato, facendo in modo che sia il più mirato possibile senza compensi in altri distretti muscolari. Riveste un’ importanza notevole anche il massaggio defaticante specie dopo allenamenti intensi, usando prodotti adeguati. Nella fase di preparazione, quando si è costretti ad aumentare il carico di lavoro, gli atleti che sono predisposti a questa sindrome, che generalmente presentano una muscolatura ipertrofica nel compartimento anteriore, possono effettuare degli impacchi di ghiaccio alla fine di ogni allenamento, per almeno mezz’ora.
Un aspetto rilevante deve essere la valutazione morfologica e funzionale dei piedi, dell’articolazione tibio-tarsica e delle ginocchia per escludere eventuali dismorfismi che potrebbero essere un fattore scatenante della sindrome descritta.

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